Ugenti - Lacrimedamore 2024

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Ugenti

Pillole di Santità


Oggi chi decide di metter su famiglia, lo fa spesso con leggerezza e soprattutto con scarsa preparazione. Ci si può sposare per scelta, per convinzione, per sacrificio, per comodità e anche perché innamorati.
Se le cose non funzionano, ci si separa. E allora ognuno per la propria strada come se nulla fosse successo. Una volta neppure la legge degli uomini consentiva il divorzio, non per questo era tutto rose e fiori. Anche allora non tutte le ciambelle riuscivano con il buco e nelle famiglie poteva stagnare l' aria pesante dell' incomprensione, del disamore o dell' astio.
Ma c' era più pazienza, maggiore capacità di sopportazione, più disponibilità al sacrificio.
Una coppia che riesca a vivere l’amore coniugale includendo l’amore per Dio, potrà passare un’intera vita insieme. Questo «miracolo» è alla portata di tutti, bisogna avere la capacità di restare in tre, cioè insieme a Cristo. Apre, perciò, il cuore alla speranza imbattersi oggi in una coppia che, sfidando l' usura del tempo e le inevitabili difficoltà, ha conservato, anzi accresciuto nel tempo, l' amore che li ha fatti unire.
E allora è possibile essere santi da sposati, badando ai figli e a tutte le altre faccende che la vita di famiglia impone?
 
Si è possibile. Vi raccontiamo di Teresa Savilli e Francesco Ugenti.
 
Teresa Savilli è nata a Grumo Appula il 29 Aprile del 1913 mentre  Francesco Ugenti è nato a Torrito un anno prima.
Essi non si sono limitati a stare insieme, ma lo sono stati in modo caldo, intenso, convinto;  hanno fatto della loro famiglia, come è nei disegni di Dio, una «piccola chiesa domestica», allietata da una nidiata di figli (sette) che hanno allevato con amore e saggezza. Hanno dato sostanza al difficile compito di genitori con l' esempio di una fede vissuta senza compromessi e senza fanatismi, con francescana semplicità, pur tra sacrifici e difficoltà.
I genitori di lei erano artigiani, ed erano anche buoni cristiani; crebbero i figli con sani principi e in un clima di serenità e di impegno, nel quale Teresa poté sviluppare il suo carattere esuberante ed esplosivo. Finite le scuole, fu messa subito a sbrigare le faccende domestiche e a badare ai fratellini. Intanto, frequentava la chiesa, si impegnava nell' Azione cattolica, maturava una vita spirituale intensa, fatta di preghiera e di disponibilità all' amore di Dio e di attenzione agli altri.
Quella di Francesco era, invece, una famiglia di contadini e anche Francesco lavorava la terra. La situazione della sua famiglia era un po' più complicata di quella dei Savilli. Orfano di mamma, Francesco viveva con il papà anziano e due fratellini di seconde nozze.
Teresa e Francesco si conobbero a una festa di ballo (erano discreti ballerini). E fu amore a prima vista. Superata un' iniziale perplessità dei Savilli (sposare un contadino!), il 6 aprile 1942 i due si sposarono.
Teresa aveva 29 anni e andava ad abitare nella già affollata casa degli Ugenti, disposta a sopportare, per amore di Francesco (così buono, così onesto, così lavoratore) anche una vita di ristrettezze e di sacrifici.
I coniugi Ugenti s' erano giurati fedeltà, amore e rispetto, e avevano promesso di aiutarsi a vicenda a mettere su e a crescere una famiglia secondo i disegni di Dio.
L' anima della famiglia era mamma Teresa: con la sua fede, serenità, e gioia di vivere che la fanno educatrice sapiente, che sa dosare le esigenze del cuore e quelle del dovere. Aveva il culto della famiglia. Dedita all' amore fedele verso il suo sposo, aveva realizzato la sua aspirazione di madre, con ben sette figli. Ha formato così una splendida famiglia.
E in casa Ugenti non crescevano solo rose e fiori. Tra le prove più dure la morte di due figlie. Prima toccò a Luigina una bambina che visse soltanto due ore. Poi ci fu la morte di Mina, cardiopatica, che una domenica di settembre del 1965 se ne volava al cielo tra le braccia della mamma che per due mesi, giorno e notte, l' aveva assistita.
Quando succedevano questi fatti, Francesco aveva già smesso da tempo di lavorare esclusivamente la terra, infatti aveva vinto un concorso all' acquedotto pugliese e si era trasferito a Grumo, vicino alla casa dei suoceri. Era diventato impiegato, con uno stipendio sicuro ma modesto, non certo sufficiente a tirare avanti decorosamente la numerosa famiglia. Fu la terra, che dovette continuare a coltivare, a venirgli in aiuto: ne ricavava l' olio, il vino, la frutta, la verdura, il pane. E non era poco. Ma doveva lavorare sodo: alle prime luci dell' alba andava ad aprire l' acqua per il paese, poi stava in ufficio o in giro a leggere i contatori e, infine, sui campi finché l' ultimo filo di luce gli consentiva di lavorare.
Teresa e Francesco ebbero la fortuna di un figlio sacerdote, don Antonio, della congregazione dei Paolini. Vissero questo fatto come un grande dono di Dio, capace di riempire il cuore di felicità. E fu grazie al figlio che conobbero, diventandone membri attivi, l' istituto della «Santa Famiglia» che accoglie coppie di coniugi che intendono osservare, restando all' interno della vita familiare, gli stessi voti professati dai religiosi per vivere in pienezza il battesimo ed essere segno, nella Chiesa e nel mondo, che tutti possono diventare santi, qualunque sia la condizione in cui uno vive.
Lo fecero il 4 novembre 1974, ad Ariccia, promettendo, nelle mani di don Stefano Lamera, animatore dell’ istituto, di vivere i consigli evangelici; la promessa fu da loro ribadita in modo definitivo nel 1978. Nella «Santa Famiglia» i coniugi Ugenti scoprirono con gioia che la santità anche per i laici sposati non solo era una meta possibile, ma che proprio la vita matrimoniale, in forza del sacramento, offriva insospettate opportunità. E si sforzarono di vivere di conseguenza diventando per tante famiglie un esempio, un faro.
La vulcanica Teresa, sempre piena di vita e di slanci, a un certo punto fu costretta a fermarsi: le fu scoperto un tumore al polmone destro. Non si lasciò, tuttavia, abbattere dal primo inevitabile senso di sconforto. Reagì facendosi operare, al «Forlanini» di Roma, e affrontando con decisione e coraggio tutte le terapie che la medicina le proponeva, tra queste la chemioterapia, che, nel suo caso, non ottenne i risultati sperati, intaccò anzi i centri nervosi procurandole non pochi disagi e limitazioni.
Furono nove mesi di sofferenze, di speranza e di delusioni che Teresa, sempre assistita dal figlio don Antonio e dagli altri familiari, visse con grande forza d' animo, pronta ad accettare tutto quello che Dio le mandava: la guarigione come la morte. Era più preoccupata per il dolore e i disagi che la sua malattia arrecava ai familiari che per se stessa. Accettava tutto, anche l' immobilità, e non era poco per lei abituata a un' incessante attività. Ebbe sempre la forza di offrire a chi la avvicinava la dolcezza di un sorriso.
Se ne andò alle tre del mattino del 21 maggio 1984. Qualche ora prima don Antonio aveva celebrato per lei la santa messa e le aveva dato l' eucarestia come viatico per l' ultimo viaggio verso il cuore di Dio.
Francesco, uomo giusto, le sopravvisse per alcuni anni, fortemente segnato dalla perdita di Teresa, fedele compagna nella vita e nelle esperienze dello spirito.
I familiari, il figlio sacerdote in particolare, cercarono di rendergli sopportabile il distacco. Per sua fortuna, Francesco aveva sempre goduto di ottima salute; pagò solo lo scotto del faticoso lavoro dei campi sottoponendosi a due operazioni di ernia. Nient' altro. Varcata, però, la soglia degli ottanta, cominciarono i guai. Gli furono fatali tre ictus e tre rovinose cadute, in una delle quali si procurò la frattura di un femore.
Cercò di reagire con coraggio sottoponendosi a tutte le terapie e riabilitazioni prescrittegli, riuscendo anche per un breve periodo a rimettersi in piedi. Ma poi dovette arrendersi e accettare serenamente anche l' impotenza della carrozzella. «Come Dio ce la manda, noi dobbiamo prenderla», era solito dire.
Anche la sua via Crucis, come quella di Gesù, conobbe 14 dolorose stazioni, tante quante le volte in cui fu ricoverato in ospedale.
Fu fortunato ad avere sempre accanto il figlio sacerdote che lo assistette con amore e fantasia. Ma con relativa fatica, perché Francesco non era un malato difficile da gestire. Accettava con rassegnazione tutti i limiti che la malattia gli imponeva. Anzi, la sofferenza fu il banco di prova, dal crogiolo del dolore uscì il meglio di lui: la forza, la fede, la saggezza, il suo abbandono nelle mani del Signore, lo spirito di preghiera.
E con discrezione se ne è andato, il 18 novembre del 1998, nella sua casa di Grumo Appula, dove lo avevano riportato dopo l' ennesimo ricovero in ospedale per vascopatia cerebrale.
 

 

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